Bad Prisma a Milano

Posted on - 5 ottobre 2009 at 11:33

Segnaliamo un interessante articolo pubblicato su MilanoWeb che segue la presentazione di BAD PRISMA tenutasi a Milano.

Tratto da: “La forcella del Diavolo” di Andrea G. Colombo

Posted on - 20 agosto 2009 at 08:00

Moso – Val Pusteria (Bolzano) – 13/08/2007 – ore 21:44

Era tutta sera che il teschio sopra al camino gli teneva puntate addosso quelle due orbite vuote e sinistre. Quello che restava dell’animale, sembrava volerlo rimproverare di qualcosa. Qualcosa che a Sergio sfuggiva.

Non al maledetto cervo, evidentemente.

Seduto nell’angolo opposto del salottino dell’albergo, Sergio cercava di immaginarsi come potesse essere da viva quella povera bestia, ma l’unica immagine che riusciva a focalizzare era quella dell’imbalsamatore che ripuliva il suo cranio dalla carne e dalla pelle, per poi lucidarne con cura maniacale le ossa. Un lavoro di fino, un lavoretto definitivo, niente da dire, ma Sergio era sicuro che quel salottino sarebbe stato infinitamente più accogliente senza quel muso lugubre appeso lì sopra.

Aveva solo due stelle, l’Hotel Dekken, ma era un posticino di quelli che valeva la pena visitare. Pareti e pavimenti di legno, spessi tappeti di lana, decine di quadretti dalla cornice dorata appesi ovunque – davvero ovunque – e una grande vetrata che dava direttamente sull’aspro profilo delle Dolomiti con una vista che al tramonto mozzava il fiato in gola. Un bell’albergo, insomma, caldo e accogliente.

Peccato per quell’accidenti di cervo morto là sopra…

“Allora, la situazione meteo?” Giuliano irruppe nella stanza con una pila di volumi e cartine in braccio. Lasciò crollare tutto sul tavolo e si accomodò sulla sedia libera di fronte a Sergio.

“Non mi sembra granché…” Sergio si stiracchiò pigramente e indicò il monitor del vecchio HP messo a disposizione dall’albergo, un portatile degno di rottamazione con una connessione traballante e mezza tastiera sostanzialmente illeggibile. “Danno il 60% di probabilità di pioggia nel tardo pomeriggio.”

“Ma non è possibile!” sbottò Monica appena entrata nel salottino insieme a Rebecca. “E’ una settimana che non fa che piovere.” Fissando Monica, Sergio non riuscì a non provare una rovente punta di invidia per Giuliano. La nuova ragazza dell’amico era uno schiaffo alla miseria. Tanto bella da far lacrimare gli occhi. Capelli biondo cenere, occhi azzurri, un seno ampio e sodo sotto il maglioncino dalla scollatura azzardata. L’abbronzatura caffelatte, rendeva il suo sorriso una deliziosa tortura.

Il teschio del cervo lo fissò ringhiante.

Forse Sergio iniziava a capire che diavolo avesse da fissarlo quel cervo.

Cercò di pensare ad altro.

“Non fa niente Monica,” Giuliano spianò la cartina sul tavolo, “domani si va lo stesso. Se la pioggia è prevista per il tardo pomeriggio, al massimo ci prende sulla via del ritorno. Un po’ d’acqua non ci ucciderà di certo.”

“Sulla via del ritorno dove?” Rebecca fece la stessa domanda che avrebbe voluto fare Sergio se non avesse temuto di apparire pavido agli occhi di Monica. La ragazza si sedette a fianco di Sergio e le appoggiò una mano sulla coscia.

Sergio spostò il notebook in un angolino e iniziò a giocherellare col mouse mentre Giuliano illustrava il piano d’attacco alla montagna. C’erano diversi indirizzi internet memorizzati nella cronologia e molti di essi puntavano sui video di YouTube.

“Secondo la guida, tra andata e ritorno l’escursione dovrebbe durare intorno alle sei, sette ore di cui circa una e mezza di discesa.” Giuliano cercò di rassicurare le due ragazze, “Anche prendendocela comoda, partendo non più tardi delle otto di domani mattina, dovremmo raggiungere il rifugio alla fine del sentiero Bonacossa intorno alla una. Un’oretta di pausa e poi due di discesa. Saremo di ritorno prima della pioggia.”

Sergio selezionò uno degli indirizzi memorizzati. Vedere qualche video idiota mentre Giuliano discettava della tabella di marcia, lo avrebbe distratto un po’. L’amico era piuttosto invasato riguardo le escursioni in alta montagna e Sergio prevedeva che la faccenda non sarebbe stata né breve né indolore.

“Con la seggiovia raggiungiamo quota 2115 metri al rifugio Còl de Varda,” proseguì Giuliano segnando col dito il percorso sulla carta, “poi prendiamo il sentiero 117 verso Nord sul ghiaione e procediamo sino ai 2400 metri.”

“I ghiaioni fanno oggettivamente schifo,” lasciò cadere nel mezzo della conversazione Sergio, senza staccare gli occhi dal monitor. “Ci toccherà almeno un’ora e mezza di marcia, in salita, circondati da nient’altro che sassi…”

Giuliano non si scompose: “Dopo il ghiaione, arriviamo alla prima forcella tra le due cime, quella di Misurina. Un passaggio mozzafiato su un costone di roccia per passare da una cima all’altra.”

“Eccitante!” Monica sorrise impaziente.

Rebecca si limitò a serrargli di più la coscia.

Sergio ignorò quel gesto e, sbadigliando, fece partire il video che aveva selezionato. Lentamente, molto lentamente, questo iniziò a caricarsi.

“Da qui si scende lungo una rampa bella ripida, attrezzata con funi e scale, e si raggiunge il bivio col sentiero 118. Se il tempo è brutto, ripieghiamo sulla via facile e passiamo per il bosco lungo il 118, altrimenti dal bivio proseguiamo seguendo il 117 e risaliamo belli ripidi sul versante opposto. Uno zig-zag in un imbuto roccioso con un paio di salti attrezzati e alla fine… la Forcella del Diavolo: 2380 metri, a ridosso delle tre Torri.”

Giuliano mostrò una fotografia sulla guida. Tre aguzzi totem rocciosi che andavano crescendo in altezza: Torre Leo, Torre del Gobbo e Torre del Diavolo. Nella pagina a fianco, l’immagine della Forcella del Diavolo. Una cresta di roccia sospesa nel vuoto sul cui dorso catene e funi erano tirate per consentire il passaggio in sicurezza.

“Perché la chiamano Forcella del Diavolo?” chiese Rebecca.

Giuliano esitò. Non conosceva la risposta e la cosa lo gettava nello sconforto più nero.

Monica voltò di scatto la testa.

“Quel soprannome è stato dato durante la prima Grande Guerra,” Reinhardt Dekken, il vecchio padrone dell’albergo era fermo sulla soglia del salottino e intercettava la direzione dello sguardo azzurro cielo di Monica, “ma c’è chi giura che ci siano leggende ancora più vecchie a riguardo.” Parlava un italiano perfetto anche se il suo accento tradiva una maggiore dimestichezza col tedesco. Ogni parola pronunciata dal vecchio albergatore suonava come uno schiocco secco. “Quel sentiero era una via che collegava tre rifugi strategici e su quella forcella passavano le staffette che portavano informazioni sui movimenti delle truppe.”

Sergio non mancò di notare come l’uomo non avesse specificato né la nazionalità delle truppe, né quella delle staffette. Avrebbe voluto chiedergli: da che parte stavi, Herr Dekken? ma si rese conto che nonostante i capelli e i sottili baffi bianchissimi, quell’uomo non era abbastanza vecchio da aver preso parte alla Prima Guerra Mondiale. Forse nemmeno alla seconda, se non come balilla.

“Quello che si racconta è che un cecchino si fosse appostato sulla torre che oggi chiamano Torre del Diavolo e da lì presidiasse la forcella alle sue spalle per impedire il passaggio delle staffette.”

Rebecca e Monica sembravano come ipnotizzate dal racconto dell’uomo. Giuliano invece appariva quasi seccato. Dopotutto quell’uomo lo aveva privato del palcoscenico.

Mentre Herr Dekken parlava, Sergio notò che il video si era finalmente avviato. La prima immagine era un sentiero di montagna, tanto per cambiare argomento. Nubi basse e pioggia battente. Qualche pazzo doveva aveva girato un video durante una ferrata nel bel mezzo di un temporale.

“Non si sa se il cecchino fosse sempre lo stesso o cambiasse. Ma rimase su quella cima per tre giorni e tre notti e non c’era verso di fare passare le staffette al di là della forcella perché quel diavolo, buttava giù chiunque passasse. Un colpo, un cadavere.”

Il video era sgranato e scuro, eppure Sergio riuscì a distinguere l’indicazione di un sentiero. Tre bande colorate una sopra l’altra: rozzo-bianco-rosso e un numero. Fu solo un attimo, ma gli parve di distinguere un 17.

O era un 117?

“Decisero così di mandare una ragazzina prelevata a forza dal paese. Pensavano che vedendo una giovane, il cecchino non si allarmasse o potesse essere mosso a pietà e non sparasse.”

La pioggia cadeva a dirotto nel riquadro scuro del monitor. Bagnava la roccia e infradiciava gli escursionisti appesi alla catena della via ferrata. Sembravano urlare qualcosa.

“Scortarono la ragazzina sino all’ultimo costone di roccia al riparo dalla vista del cecchino, poi le intimarono di attraversare la forcella, strappandole di dosso la sciarpa che le proteggeva il capo e facendole sciogliere i capelli così che il vento li mostrasse in tutta la loro lunghezza. Un segnale per il cecchino.” Herr Dekken fece una pausa durante la quale fissò Monica. “Avevano scelto la ragazza dai capelli più chiari di tutta la valle, così che si potesse vedere chiaramente la sua chioma d’oro anche a distanza.”

Monica non riuscì a non guardarsi i lunghi capelli biondi che le ricadevano sulla spalla destra. Forse non se ne rese nemmeno conto, ma con un gesto repentino, se li scrollò via come se volesse far sparire qualcosa di compromettente.

La mossa non sfuggì a Sergio.

Guardò Monica, poi Herr Dekken, quindi tornò a incollare gli occhi al monitor.

Qualcuno si agitava sullo sfondo, come se cercasse di richiamare l’attenzione. Indicava il cielo.

Urla agli altri compagni di cordata e indica il cielo.

“Si racconta che restarono a guardia della forcella per evitare che la ragazza tornasse indietro e rimasero a guardarla attraversare il costone di roccia sferzato dal vento sino a quando…”

Mancavano 30 secondi alla fine del video. La camera si avvicinò a uno degli uomini aggrappati alla catena. Appeso alla catena, per l’esattezza. Lo si vedeva di profilo. Il vento tentava di strapparlo via mentre la pioggia lo flagellava senza sosta. Poi l’uomo iniziò a voltare il capo in favore di camera…

“… si sentì lo sparo. Un unico, singolo tuono.”

Sergio spalancò la bocca un attimo prima che il riquadro del video brillasse di un bianco assoluto e il video si fermasse a meno 27 secondi.

“La colpì alla testa, giusto in mezzo agli occhi. La morte fu talmente repentina che la ragazza restò inchiodata alla catena e rimase appesa lassù, senza vita.”

“Povera ragazza…” Rebecca fece di no col capo, lentamente.

“Ma rimase appesa là sopra?” chiese Giuliano. “Alla catena della ferrata? Morta?”

Herr Dekken annuì con un movimento appena accennato.

“Per quanto?” insistè Giuliano.

“C’è chi dice che rimase lassù sino alla fine della guerra e che alla fine non restò altro che il suo scheletro appeso alla catena. Altre storie invece sostengono che grazie alle piogge di quei giorni, il suo corpo scivolò nel crepaccio sottostante e anche il cecchino fu costretto a scendere dalla Torre del Diavolo, liberando la via.”

“Sergio, ma che hai?” fu Monica l’unica a notare l’espressione di puro sgomento del ragazzo.

Sergio non riuscì ad articolare parola.

Era troppo assurdo.

Perché un attimo prima che il video si fermasse a meno 27 secondi e tutto fosse sommerso da un accecante lampo bianco, Sergio aveva visto chiaramente il viso dell’uomo appeso alla catena.

E quel viso era il suo.

Le bambole non uccidono – Barbara Baraldi

Posted on - at 08:00

Il 1987 sta volgendo al termine. Ofelia è una ragazza dal passato tormentato, che la sera di Natale vede scoperchiato il suo peggiore incubo. Un regalo abbandonato davanti alla soglia di casa. Lo scricchiolio della carta sotto le mani, la accarezza per saggiarne il contenuto. Le sembra di tastare un piccolo volto. Le cavità degli occhi. La bocca, le labbra socchiuse. Una bambola antica. La bambola che accompagnava la sua infanzia. La bambola legata in modo inequivocabile e terribile alla morte dei suoi genitori. Melissa. Il pozzo degli incubi si spalanca di nuovo, i fantasmi del passato riaffiorano come braccia pronte a ghermirla. La piccola donna senz’anima la fissa impassibile. Ofelia non potrà più dormire  sonni tranquilli e dovrà rivivere l’orrore del passato per decifrare il significato di un misterioso rubino. Re delle gemme, passione e sangue. Ambientato nell’ambiente gothic modenese, tra vampire strette in corsetti mozzafiato e dandy annoiati con camicette a sbuffo, il racconto rievoca le atmosfere di un’epoca malinconica e crudele, narrata sul ritmo di Siouxie and the Banshees e i Bauhaus.

Tratto da: Le bambole non uccidono di Barbara Baraldi

Lei si siede di nuovo di fronte a lui, non si preoccupa di coprirsi, il pacco stretto tra le ginocchia. Il ragazzo allunga le braccia. “Non è per te”, dice la giovane. “Tu hai già tutto, non c’è nulla che possa sorprenderti. E’ per me. Mi è arrivato ieri a mezzogiorno. Hanno suonato e l’ho trovato davanti alla porta di casa”.

“E perché non l’hai aperto subito?”

“Ho preferito aspettare”.

“Ma tu non odiavi il Natale? E ora salta fuori che sei serva della tradizione”.

“Io non sono serva di nessuno. E’ che mi dava strane vibrazioni. E poi ho pensato sarebbe stato carino aprire i pacchi oggi, insieme”.

Gabriele si solleva con un colpo di reni e cerca le labbra carnose della ragazza dagli occhi grigi ma lei si volta veloce evitando il contatto. “Non adesso”, dice frettolosa. Le dita sottili alzano i pezzetti di scotch, respira profondamente quasi il suo fosse un cerimoniale.

Quando la carta cade a terra si trova tra le mani un fagotto di tessuto scuro, tasta con cura per cercare di indovinare il contenuto senza trovare il coraggio di scoprire l’arcano. Le sembra di assaggiare con le dita le forme di un piccolo volto. Le cavità degli occhi. Scende a tastoni, la bocca, ecco le labbra socchiuse. Non può più attendere.

She’s lost control, echeggia nella stanza. Strappa il pezzo di stoffa leggero che ora le pare un sudario.

Una bambola antica. Un ricordo la colpisce come un pugno in faccia.

Quella bambola dai capelli biondi.

She’s lost control.

La sua vecchia bambola crudele.

Rimane immobile. Gli occhi traballanti come la testolina di una candela accesa esposta a un vento troppo diretto e aggressivo per non spegnersi. Si spengono gli occhi malinconici e una grossa lacrima le riga il volto.

Melissa, sussurra, mentre un brivido la attraversa.

Canta la canzone triste dalle casse dello stereo:

And she gave away the secrets of her past,
And said I’ve lost control again,
And a voice that told her when and where to act,
She said I’ve lost control again.

I segreti del suo passato volano come se i pipistrelli di plastica fossero ora di carne e ossa e artigli.

Melissa sei tornata, sussurra tra le lacrime.

Dalla nebbia – Mauro Smocovich

Posted on - 19 agosto 2009 at 08:00
Forse è stata Melissa a cercarmi, ancora non l’ho capito. I primi suoi segnali mi sono arrivati quando ho avuto tra le mani una pubblicazione di Danilo Arona intitolata “Melissa Parker e l’incendio perfetto”, a quel punto è scattata in me una curiosità irrefrenabile che mi ha spinto a passare ore su internet a cercare informazioni su di lei e a leggere decine di articoli di Danilo pubblicati sul sito Carmilla On Line. E più leggevo e più mi sembrava che fossero sempre gli altri a parlare di lei, mentre forse lei voleva dire qualcosa personalmente. A un certo punto ho come sentito la necessità di lasciarle la parola. Anzi, era come se lei volesse dire qualcosa attraverso di me. All’inizio mi sembrava una ragazza indifesa e persa su un’autostrada di notte che voleva comunicare la sua angoscia a tutti, un’anima sperduta che voleva solo essere lasciata in pace da tutte quelle persone che parlavano di lei. Ma poi, piano piano, come ha cominciato a “parlarmi”, mi sono reso conto che era “qualcosa” di ben più tremendo al quale non potevo più sfuggire. Era lei stessa che si spandeva nel mondo all’infinito, non gli altri a diffonderne la presenza. A quel punto era tardi, non mi restava che lasciarle dire quello che aveva da dire per liberarmi di lei. Quando poi ho riletto quello che avevo scritto mi sono reso conto che effettivamente Melissa stava parlando attraverso la mia scrittura. Che dire ancora? Io ho semplicemente trascritto le cose che mi ha comunicato nella speranza che mi lasciasse in pace ma non sono sicuro di essermi liberato della sua presenza…

Un altro fantasma sulla strada…

Posted on - 18 agosto 2009 at 08:00

Visibile verso la fine del video… Fate attenzione è appena un’ombra.

Fantasma della strada, video

Posted on - 17 agosto 2009 at 08:07

Che sia vero o sia un falso, non importa. Quello che conta è che questo video ha fatto molto discutere persino durante i telegiornali. L’argomento è sempre quello: il fantasma della strada. Qui siamo in Portogallo.

Indagini su Melissa

Posted on - 13 agosto 2009 at 08:00

Siamo riusciti a scoprire l’identità di due automobilisti coinvolti nella misteriosa vicenda della morte di Melissa, avvenuta il 29 dicembre 1999 sulla Bologna Padova. Alle 5, 20 del mattino…

Il primo si chiama Vanni De Maria, giovane, sui trent’anni. A suo dire, per quel che ricorda, sta viaggiando sulla A13 in direzione Venezia, tra le cinque e venti e le cinque e trenta, quandi vede sul bilico della corsia d’emergenza una Renault grigia con le ruote per aria e un conducente giovane che sta uscendo a fatica dall’abitacolo un po’ malconcio, ma tutto sommato illeso. De Maria si ferma in corsia d’emergenza, esce e corre verso l’automobilista che appare sotto shock per l’incidente appena subito. Balbettando quelle che a prima vista sembrano frasi incoerenti, l’uomo dice di avere travolto una ragazza bionda che camminava incoscientemente in mezzo all’autostrada al buio e di avere, di conseguenza, perso il controllo della sua Renault in seguito al violento impatto con la poveraccia. De Maria, allora, dietro le indicazioni dell’uomo piuttosto sconvolto, torna indietro di qualche metro e, nel prato antistante l’autostrada, scopre con orrore il corpo martoriato e senza vita di una giovane donna bionda con un giubbotto rosso e dei jeans azzurri.

Il secondo automobilista si chiama Thomas Ferrarese, Alle ore 5,20, sull’autostrada A 4, a parecchi chilometri di distanza dalla Bologna-Padova, Ferrarese, al volante di una BMW che sta sfrecciando sull’autostrada deserta a quasi 200 km/h, vede immobile al centro della corsia autostradale una donna dai capelli biondi e con un giubbotto rosso. In una frazione di secondo l’uomo riesce a evitare l’impatto con il bersaglio. Ripresosi dallo spavento, rallenta l’andatura, cercando la figura femminile nello specchiettro retrovisore, ma non vede nulla. Allora ferma la macchina in corsia d’emergenza e torna indietro a piedi. Nel frattempo gli sfrecciano davanti altre macchine e camion, ma non capita nulla. “Se ci fosse qualcuno in mezzo alla strada”, pensa, “succederebbe un gran bel disastro.” Allora si convince di avere avuto un’allucinazione causa l’ora e la stanchezza. E se ne torna alla sua auto.

Melissa

Posted on - 12 agosto 2009 at 08:00

melissa13

Un estratto molto significativo dal sito Quatro Ciàcoe – Spìriti e fantasmi – Mensile de cultura e tradission vènete.

(continua…)

Claudia Salvatori –

Posted on - 11 agosto 2009 at 08:00

Il mio racconto melissiano è una versione gnostico-pop della fine dei tempi e della lotta finale fra la stirpe della Donna e quella del Serpente. Come si vedrà, è un testo essenzialmente ottimista. E’ il Bene soprattutto, fra le sfaccettature del Bad Prisma, che trovo veramente affascinante.
Colgo pertanto l’occasione per continuare a trattare lo stesso tema, e scrivere quello che nei social network si definisce un aggiornamento di stato. Di quello normale e del mio, influenzato da quanto le mie antenne captano della globalità. L’umanità, a mio avviso, può soltanto estinguersi o trasformarsi, e nel racconto melissiano si trasforma.

L’umanità deve trasformarsi. Per il momento è immobile, morta come Dio, sospesa nella sua illusione che il denaro e il fallitismo edonistico-televisivo dureranno per sempre. Ma da qualche tempo sento arrivare un grande cambiamento. Non so se sarà nel 2012; me lo augurerei con fervore; temo piuttosto che ci vorrà molto, molto, molto di più. Non se i miei occhi, come quelli del vecchio ebreo che ha visto il liberatore Mosé prima di morire, vedranno questo cambiamento. Non so chi ne pagherà il prezzo. Ma so che accadrà e non posso fare a meno di esultare, dovessi essere io fra quelli che pagheranno. Finirà il denaro, e con il denaro il piacere. Rimarrà solo l’imbecillità, e a quel punto saremo costretti a salvarci con l’intelligenza.

Poiché a noi scrittori, nel nostro infantile egocentrismo, importa solo dei nostri scritti e della nostra fama, la buona notizia è che forse, se abbiamo lavorato onestamente, non abbiamo lavorato invano. Tutta l’arte morta, snob e artisticoide (compreso un certo noirismo artisticoide) dovrebbe essere spazzata via. Per il momento ce la infliggono ancora perché la collettività non è stata informata che questo ciclo epocale si è concluso.

Nel frattempo, ora che siamo tutti promossi con il 666 politico e siamo tutti geniali, vediamo che questo tempo è giunto alla fine perché non si è mai vista una simile degradazione a tutti i livelli, e in tutti i campi della società e della cultura, della figura dello scrittore. E nessuna civiltà può sopravvivere all’annientamento dei suoi sciamani. Termina, e poi si rinnova.

Si dovrebbe allora assistere all’avvento di un tempo più forte, al ritorno della spiritualità e dei valori morali (so che questo non piacerà ad alcuni, convinti che non potranno più divertirsi, ma vi assicuro che non sarà così), e anche a una rivoluzione artistica. Ci sarà, c’è già bisogno di un’arte naturale, in grado di sostenere la lotta per la vita, diretta alle finalità biologiche del leggere e dello scrivere.
Dunque teniamoci pronti per la tromba angelica e il giudizio finale.
E’ rosea la luce in cui vedo la risoluzione della condizione umana. Il mio  racconto all’interno del Bad Prisma è insieme una proposta letteraria e la seduzione del Bene.

Edoardo Rosati – Sindrome di Melissa

Posted on - 10 agosto 2009 at 08:00

Melissa è un brivido che attraversa le strade e l’immaginario. Ma anche il folklore della medicina… Un laureando costruirà la propria tesi su quelle più o meno rare patologie che recano il nome di qualcuno (o qualcosa): dalla sindrome di Wiskott-Aldrich alla nefropatia dei Balcani, dall’esofago di Barrett alla malattia di Epstein-Barr, a caccia delle fonti storiche di quell’etichetta, alla ricerca dell’identikit di quei cognomi “astrusi”… E in qualche lontana pagina della letteratura medico-scientifica, il protagonista scova una misconosciuta ma fascinosa dicitura: la “Sindrome di Melissa”. Padre di questa “patologia”, un medico in pensione, che vive tra le colline dell’Oltrepò pavese. In compagnia di un segreto…